Comunità terapeutica a Breganze (VI).
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La Comunità Ca’ delle Ore raccontata da ThieneMesePlus

Copertina ThieneMesePlus

Nel numero di febbraio del magazine ThieneMesePlus è stato pubblicato un ampio approfondimento dedicato alla Comunità Ca’ delle Ore.
L’articolo, firmato da Omar Dal Maso, racconta la storia, i progetti e la visione della nostra realtà.

Lo riproponiamo qui integralmente per chi desidera leggerlo o rileggerlo.

Comunità Ca’ delle Ore: un luogo di cambiamento per un nuovo domani

Articolo pubblicato su ThieneMesePlus, numero di febbraio 2026, in copertina.
Testo di Omar Dal Maso.
Riproduzione integrale.

Il cancello che dà sul cortile della comunità terapeutica di Ca’ delle Ore, sulle colline sopra il centro di Breganze, è quasi sempre aperto. Viene subito da pensare che rappresenti un simbolo dell’accoglienza. È corretto, ma si può “guardare oltre”: quel cancello rimane aperto, in realtà, anche per il percorso inverso. Qui vivono e cambiano giovani uomini dai 18 ai 35 anni con disturbi legati alle dipendenze (droghe e alcol, spesso intrecciati) che hanno scelto di trascorrere un periodo a Villa Elettra, sede della comunità. È questo il nome originario della villa veneta che accoglie una grande famiglia che “pratica la reciprocità”.

La struttura è composta da 14 operatori professionali, una ventina di volontari e circa 20 residenti impegnati in un percorso di rigenerazione personale e di riavvicinamento a una vita attiva. Senza obblighi permanenti, condividono tutto: dalla sveglia al mattino alla buonanotte, con tante attività “in mischia”, si scoprirà leggendo, ma anche seguendo un piano terapeutico personalizzato. Due fattori che portano a una meta, in un termine caro al rugby e carico anche qui di simbologia, ben precisa.

La dipendenza come prigione invisibile, la comunità come scelta consapevole. “Sono uomini liberi che scelgono di vivere e di camminare insieme a noi, di sperimentare con noi” spiegano Mauro Zanetti e Matteo Trevisan, i portavoce della struttura nei ruoli di presidente e direttore, “in funzione di un percorso che si propone di accompagnarli al cambiamento”. Varcato l’ingresso, si ammirano le ali dell’edificio, la chiesetta e gli spazi comuni da cui provengono i profumi della cucina.

“Nessuno arriva qui in seguito a un provvedimento giudiziario”, approfondisce Mauro, primo presidente laico della cooperativa sociale che gestisce il centro accreditato dalla Regione Veneto, “ma tutti per loro libera scelta. Per questo il cancello rimane aperto”. Niente a che vedere con l’idea di comunità come prigione, idea che, purtroppo, in molti avevano interiorizzato. Chi si trova qui oggi? “Più che usare il termine di ospiti o assistiti, preferiamo chiamare tutti con il proprio nome”, spiega Matteo. “Ognuno ha la sua storia, così come noi operatori. Chi lavora qui ha ben chiaro, come diceva Padre Ireneo (frate francescano tra i fondatori), che chi fa parte di questa esperienza è disposto a sporcarsi le mani, a mischiarsi con loro. Troppo spesso si pensa che le persone con un disturbo da uso di sostanze non abbiano nulla da dare; in realtà è l’esatto contrario”.

Ca’ delle Ore è sorta nel 1981 in un contesto bucolico. La villa, di proprietà dei Frati Minori, ha una storia densa: fu casa della famiglia Zorzo, ospitò gerarchi nazifascisti ma offrì anche rifugio ai partigiani, finendo incendiata per ritorsione durante la guerra. Nel 1955 divenne ospiteria per i predicatori francescani inviati da Venezia, poi un piccolo convento e infine casa editrice di pubblicazioni religiose, finché nel 1981, su spinta dei frati di San Bernardino di Verona, si trasformò in un esperimento visionario: accogliere i detenuti per un’esperienza di vita alternativa fuori dal carcere. Erano gli anni in cui l’eroina dilagava. Le istituzioni nazionali e sanitarie tardavano a riconoscere l’emergenza e trovare le prime contromisure, lasciando al privato e alla buona volontà di pochi la “prima linea”.

Dal 1985 la struttura si è organizzata verso l’odierna cooperativa sociale, tra l’altro tra le prime in Veneto dedite al recupero di persone affette da disturbi di tossicodipendenza. In quattro decenni, circa 850 giovani sono passati da qui. Tra i pionieri ricordiamo i frati Padre Ireneo (presidente fino al 2025) e Padre Beppe, che prestarono servizio proprio nel carcere di Montorio a Verona, la genesi di Ca’ delle Ore per com’è oggi. Dove gli 850 giovani in forte difficoltà hanno ammirato la statua di San Francesco e il panorama delle colline breganzesi dal giardino, soffermandosi a ricercare il bello dentro e intorno a loro. Nell’estate 2026 la festa annuale celebrerà un traguardo importante.

“Sono 45 anni di accoglienza dell’altro”, spiegano i presidenti, “di tentativi di ridare protagonismo a giovani adulti che erano diventati passivi, con l’unico obiettivo ossessivo di procurarsi la sostanza”. L’obiettivo dichiarato è aiutarli a riprendere il timone. Sanno che nessuno al di fuori di loro stessi li potrà salvare, ma anche che chiunque frequenti la comunità si trova lì appositamente per aiutarli, indirizzarli, valorizzarli.

“Chi ci affida tutto questo ci affida una responsabilità grande: aiutare a tirar fuori il bello che ognuno ha dentro. Sta a noi convincerli che crediamo in loro”. Oltre alla clinica tradizionale (farmacoterapia e psicoterapia), la comunità punta su attività psicocorporee.

“Negli anni ’80 erano considerate condotte quasi folli, oggi è la normalità proporre yoga, tai-chi, shiatsu o mindfulness. È stata una grande intuizione di chi ci ha preceduto”. Strumenti necessari per curare corpi e menti feriti. E i risultati maturano in vent’anni e più lo certificano. “Gli ‘utenti’ arrivano spesso dopo diversi anni di uso e/o abuso, e provengono da Veneto e Trentino: situazioni complicate che richiedono sostegno profondo. Assistiamo in generale poli assuntori, sia di sostanze legali che illecite, alcol e droghe. Storie diverse e difficili da affrontare, per loro e i familiari, per le quali bisogna studiare e attivare strumenti diversificati di supporto”.

Cancelli aperti, si ricorda ancora, perché Ca’ delle Ore è punto di ripartenza. Utilizzando ogni strumento utile; in parole semplici, ogni cosa bella. Che sia attraverso la musica, lo sport, la natura, l’arte e l’artigianato come i laboratori di liuteria e gioielleria citati a esempi. “L’idea nostra è di costruire una comunità che sia sempre più integrata e in dialogo con il territorio intorno, quindi all’interno di una comunità più grande in cui i ragazzi possano dare il proprio contributo, per migliorarla”. Ed ecco che spuntano i Breganti della palla ovale, che se la rubano sì, ma per gioco.

“Ho sempre avuto questo pallino – spiega Matteo – perché la mentalità rugbystica porta con sé i valori del sostegno, del rispetto, della resilienza. Ti aiuta a dare un senso anche alla fatica, a ricostruire una fiducia in se stessi e nell’altro. Non si esce dalla dipendenza da soli. Dobbiamo essere una squadra, coesa, nel rispetto delle differenze individuali, che punta ad una meta comune”. Sia il nome che il logo sono ideati dai ragazzi ospiti di Ca’ delle Ore. “Portiamo avanti un progetto che prevede sessioni settimanali di allenamento con un tecnico ed una mensile in cui, a lui, si aggiunge il supporto di uno psicologo. Dove? Qui in un campetto da calcio adattato, attiguo alla struttura, grazie all’aiuto del Rugby Bassano che ci ha regalato il suo sì”.

È nato così il progetto dei “Breganti” (gioco di parole tra Breganze e briganti), con il supporto anche del Comitato Regionale. Il logo, creato dai ragazzi, è centrato: una fenice (rinascita) le cui ali escono da un pallone orientate al mondo intorno, artigli che si aggrappano al vissuto e linee dorate che richiamano il kintsugi giapponese, l’arte di riparare le ferite dando loro valore.

Impossibile citare ogni angolo e ogni azione del centro, in continuo fermento, ma ecco almeno dei cenni. Un progetto di musicoterapia è sempre attivo, ogni sabato, con corsi base e avanzato di chitarra e canto. Un gruppetto di ospiti si è appassionato, sono stati scritti testi e note, fino ad arrivare alla sala d’incisione e registrare un cd intitolato “Stati d’anima”, presentato nel 2025, con tanto di inviti a suonare questi pezzi dal vivo in una rassegna nell’Altovicentino. E per chi agli strumenti e alla voce preferisce – oppure abbina – la fatica e la natura, raccoglie adesioni e consensi il Gruppo Altre Vie: ogni mese, a volte più, si va di trekking. “È una metafora, un passo dopo l’altro, fare fatica per poter cogliere un orizzonte nuovo, rendendosi conto della strada che si fa da un punto di partenza a un punto di arrivo, tappa dopo tappa. Un modo anche questo, come altri, per immaginare il tempo libero e in generale il proprio futuro non più come un contenitore vuoto, da passare al bar o in piazza, ma scoprendo altro. Ad accompagnare operatori e ospiti che si caricano zaino in spalla anche un istruttore del CAI. Levico, l’Ossario di Cima Grappa, il Monte Summano, Forte Corbin alcune tra le – eccole ancora – “mete” raggiunte? Come nel rugby, come in comunità: in gruppo, valorizzando la fatica fatta, in un reciproco scambio di vita.

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Comunità terapeutica residenziale a Breganze (VI).
Info: 0445 873216 segreteria@cadelleore.it

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